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Rigoletto Festival >
Gli Spettacoli
VERDI
Verdi è stato il musicista più
popolare e più amato, nell'Italia del suo tempo.
E non solo negli ambienti colti, ma anche negli
ambienti popolari.
La notorietà di cui Verdi godeva, e
di cui gode ancora è documentata da una serie di
fatti. Prima di tutto l'afflusso ai teatri in
cui erano rappresentate le sue opere. Parte
prima ci offre uno spaccato significativo del
teatro come luogo importante di
incontro sociale e di mondanità, dove si ascolta
la musica, ma anche si conversa, si gioca,
si pranza....
Non solo nei grandi teatri l'opera di Verdi era
conosciuta. La suonavano nelle case, con i mezzi
a disposizione, soprattutto con il pianoforte,
per il quale si scrivevano apposite
trascrizioni, a due e a quattro mani; ma anche
con il violino, con il clarinetto, il flauto e
così via.
Mentre, per quanto riguarda l’effetto teatrale,
Verdi voleva «varietà» nei soggetti da musicare,
per sfuggire alla monotonia e non annoiare il
pubblico. L’effetto è una mescolanza di tragico
e di comico, di commovente e di allegro, di
patetico e di grottesco. Questa mescolanza di
generi che comincia proprio con il Rigoletto,
sconvolge la situazione del tempo in un teatro
convenzionale nel quale i generi non venivano
mescolati: una tragedia era una tragedia, una
commedia una commedia e mischiarli era
impensabile e, addirittura, disdicevole.
Ad ogni modo, Verdi, non rivoluzionò del tutto
le consuetudini teatrali e le aspettative del
pubblico, tanto che è possibile individuare una
sorta di vicenda tipica verdiana, fatta di pochi
personaggi caratteristici:
[…] l’eroe generoso, patriota o guerriero e
amante contrastato; e l’antieroe, il
«vigliacco», spesso un tiranno, spinti uno
contro l’altro non solo da passione politica,
desiderio di vendetta, odio secolare, ma anche
da rivalità amorosa per la solita dolce figura
di innamorata paziente e infelice, che in mezzo
ai due fieri contendenti mitiga con la propria
tenerezza l’asprezza dell’urto e spesso ne
deriva per sé una tinta di animoso e virile
coraggio. […]
Attraverso le esperienze delle prime
opere viene maturandosi un tipo di vicenda
verdiana, dove l’uomo, asservito e snaturato
dalla più violente passioni, ritorna, per
effetto diretto o no di un amore, a poco a poco
umano, passando attraverso l’esperienza capitale
del dolore.
Novità sostanziale nei caratteri dei personaggi
verdiani, però, presentano alcuni dei
protagonisti della famosa trilogia (Rigoletto,
Trovatore e Traviata) che recano in sé i sintomi
del dissidio, del contrasto e, dunque, sono ben
lontani dai personaggi monolitici, tipici della
routine melodrammatica.
In Rigoletto coesistono e lottano il padre e il
buffone.
Non è raro, allora, che nel medesimo “pezzo
chiuso” affidato a questo o quel personaggio si
presenti una sorta di spaccatura, un contrasto
comportamentale, come è nel caso, per esempio,
della cabaletta Veglia o donna questo fiore che
unisce nella partitura ciò che nel libretto
viene diviso tra parte della scena decima e
l’undicesima del Primo Atto; cabaletta affidata
a Rigoletto e Gilda e nella quale il padre è sia
tenero genitore, sia sospettoso guardiano.
Ciò che presenta i caratteri della novità – si
ripete – è il fatto che Rigoletto possa essere
sia genitore affettuoso, sia inflessibile
guardiano che tiene segregata la figlia nel
timore che il di lei fiore venga divelto, ovvero
perdi la verginità.
Si è detto che la censura, nel corso
dell’Ottocento, era solita intervenire sul
lavoro di librettisti e compositori già in fase
creativa: ai censori, infatti, doveva essere
sottoposto per l’approvazione sia il soggetto di
un’opera, sia, in seguito, la sua trasformazione
in libretto. Si poteva incorrere negli strali
della censura per ragioni di tipo politico,
oppure religioso o anche di buon costume.
Verdi ebbe con le censure dei vari stati che
allora affollavano il suolo italiano un rapporto
particolarmente tormentato: fatte salve alcune
eccezioni, non esiste soggetto che non causasse
battaglie con i censori. Una delle opere contro
cui la censura si accanì particolarmente fu
proprio il Rigoletto.
Va detto che Piave aveva, forse in modo troppo
superficiale, rassicurato Verdi sul fatto che a
Venezia – città per la quale i due stavano
lavorando – la censura non avrebbe creato troppi
problemi relativamente alla realizzazione de La
Maledizione (titolo che Verdi avrebbe voluto
dare all’opera, riferendosi alla maledizione
scagliata ad inizio di spettacolo contro
Rigoletto).
Le difficoltà opposte dalla censura <invece>
furono molto più gravi di quanto avesse supposto
il facile ottimismo del librettista. In un primo
tempo proibì tutto. Il 21 novembre 1850, cioè
cinque giorni dopo la presentazione del
libretto, l’Imperiale Regio Direttore centrale
Martello comunica alla Presidenza del Gran
Teatro La Fenice: <che Sua Eccellenza il Signor
Governatore Militare Cavalier de Gorzkovski…
deplora che il poeta Piave ed il celebre Maestro
Verdi non abbiano saputo scegliere altro campo
per far emergere i loro talenti, che quello, di
una ributtante immoralità ed oscena trivialità,
qual è l’argomento del libretto intitolato La
Maledizione.Dunque Verdi e Piave, a dire dei
censori, erano scaduti nella più triviale
pornografia. Siccome Verdi protestò il fatto che
non c’era più tempo per dedicarsi a un altro
libretto, in quanto ne rimaneva ben poco prima
di andare in scena, si tentò di correre ai
ripari chiedendo ai censori di indicare i
cambiamenti da effettuare sul libretto. Ebbene,
costoro si accanirono al tal punto che Verdi si
vide restituire un libretto affatto nuovo.
Comprensibilmente, il compositore insorse e
scrisse a Carlo Marzari, Presidente del Teatro
La Fenice, una lettera, dalla quale si può
intuire, con facilità, quali fossero i punti
tematici che più avevano infastidito i censori:
[…] ho avuto ben poco tempo per esaminare il
nuovo libretto: ho visto però abbastanza per
capire che ridotto in questo modo manca di
carattere, d’importanza, ed in fine i punti di
scena sono divenuti freddissimi. […] Senza
questa maledizione quale scopo, quale
significato ha il dramma? Il Duca diventa un
carattere nullo e il Duca deve essere
assolutamente un libertino, senza di ciò non si
può giustificare il timore di Triboletto <uno
dei tanti nomi assegnati a Rigoletto> che sua
figlia sorta dal suo nascondiglio, senza di ciò
impossibile questo Dramma. […] Non capisco
perché siasi tolto il sacco: cosa importava del
sacco alla polizia? Temono dell’effetto? Ma mi
si permetta di dire, perché ne vogliono sapere
in questo più di me? Chi può fare da Maestro?
Chi può dire questo farà effetto, e quello no?
[…] Tolto quel sacco non è probabile che
Triboletto parli una mezza ora al cadavere senza
che un lampo venga a scoprirlo per quello di sua
figlia. Osservo infine che si è evitato di fare
Triboletto brutto e gobbo! Per qual motivo? Un
gobbo che canta dirà taluno! E perché no?… Farà
effetto?… non lo so, ma se non lo so io, non lo
sa, ripeto, neppure chi ha proposto questa
modificazione. Io trovo appunto bellissimo
rappresentare questo personaggio esternamente
defforme e ridicolo, ed internamente
appassionato e pieno d’amore.
La lettera si conclude con l’affermazione di
Verdi che non può musicare un libretto come
quello proposto dalla censura, in quanto la sua
musica non poteva essere scritta
indifferentemente su certe parole piuttosto che
su altre.
Se, alla fine, la censura del Lombardo-Veneto
accettò un gobbo che canta (insieme malvagio e
tenero), la maledizione iniziale, un Duca
libertino (ma signore di Mantova, ovvero di un
ducato scomparso ormai da tempo), e un sacco –
oggetto triviale – in scena, in altri luoghi,
come a Roma o a Napoli, «l’opera dovette
viaggiare sotto altri tre titoli, con trame
quasi completamente nuove, senza buffone, senza
maledizione e senza sacco.». Verdi, ovviamente,
ebbe da ridire su tali abusi e a Ricordi, suo
editore ed impresario, scrisse:
Il pubblico vuole interesse: gli autori fanno il
possibile per trovarne: se i Censori lo levano
il Rigoletto non è più opera mia. Con altre
parole, con altre posizioni io non avrei fatto
la musica del Rigoletto. Nel manifesto a Roma
doveva dirsi: «Rigoletto, poesia e musica di
Don… » (e qui il nome del Censore) […]9
Si noti, tra l’altro, come, implicitamente, Verdi dia grande risalto,
nel suo modo di comporre, al lavoro fatto dai
librettisti: è la presenza delle loro parole a
far nascere la sua musica. Ricapitolando, il
lavoro creativo di Verdi era soggetto ad alcune
variabili, qualcuna tanto forte – come quella
dovuta al potere della
censura – da determinare cambiamenti
imprevedibili al lavoro stesso di composizione.
Tale lavoro, inoltre, continuava anche durante
le prove in teatro, in quanto Verdi ultimava
l’orchestrazione proprio mentre allestiva lo
spettacolo: […] io <ebbe a scrivere nel 1843>
per sistema faccio l’istromentale durante le
prove a cembalo, e lo spartito non è mai
intieramente finito che all’antiprova generale.
Presumibilmente, dunque, Verdi modificava le
parti in corso d’opera, adattandole alle
esigenze di cantanti ed orchestrali. Terminate
le prime tre repliche, alle quali Verdi doveva
partecipare per contratto, lo spettacolo
camminava con le proprie gambe.
Il Rigoletto vide la luce al Teatro
La Fenice di Venezia l’11 marzo del 1851. |